Maurizio Paganelli

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Maurizio Paganelli

Biografia

Maurizio Paganelli

Mi chiamo Maurizio Paganelli (Albenga 17-12-1975), quest’anno ho vinto il concorso Ilmioesordio, organizzato da La Feltrinelli, Scuola Holden e il Festival Internazionale di Poesia di Genova, con la raccolta “Le Nozze della Vaniglia”; ottenuto la menzione d’onore per la raccolta “Effetto Droste” al premio Montano di Verona; il IV posto con la poesia “L’Airone” al premio Borgognoni di Pistoia e il premio speciale poesia inedita con “Il Mulino Fenicio” nel premio S. Dominichino di Massa.

 

 

 

Poesia

PUNTASECCA

Lasciò un lungo biglietto di poche parole
e fu frainteso in un verso latino,
che non avrebbe compreso e condiviso.
Avevamo lasciato qua, allora, per sempre,
da qualche parte, nella corteccia una sigla.
Vedo il tavolo sempreverde per pongisti
in erba, le boe malferme a galla,
gabbiani su trespoli di plastica, in bolla.
Resto incerto sul sedermi e persino
sui ricordi. Di tutto ciò che è stato
appena ho fermo quel suo gradimento
al tempo per il tamarindo, mai banale:
l’orzata e la menta le giudicava male.
………………………………………………….
Il lido incarbonito s’incendiava,
rivelandoci a mollo nella secca,
le canne stese, il secchio boccheggiava.
Ci muovevamo con musi di talpa,
lenti, sotto i palmizi a puntasecca,
fantasmi sollevati dalla sabbia.
………………………………………………….
D’estate aveva le chiavi del campo
da tennis. Si rintoccava tra case
ammutolite dalla siesta ed orti
da cui rantolavano ciottolosi
cani contro spruzzi di terra rossa.
Le palle eran scarti di quelli bravi,
le racchette scordate e fuori moda.
Giocavamo in costume da bagno,
sinché vinceva la voglia di tuffarsi.
Torni alla roccia, alla risacca:
è un miraggio vederti.
Fingo di credere al tranello,
ma la scorgo riflessa
la tua spinta alle spalle.
Quest’acqua tutto assorbe e disinfetta,
muove verso l’immobile, perfetta.

 

KITESURFING

Si accalcano i passeri sulla pergola,
sgomitano a un indirizzo di vivi,
indeboliti per nulla dal gelo.
La coperta fa una curva e ti infolta,
con smorfie faunesche imiti la morte.

Nei dì in cui dilagavano le vele
da questa salsa crosta le contavi.
Ora sono aquiloni a trascinare
in nuove aviatorie evoluzioni
impavidi sciatori sulle spume.

Raggiungo l’apice da solo
come al principio.
Di ciò che è stato al centro
resta ben poco:
altri i voli da invidiare,
altre le quote,
gli infinitesimi ultimi istanti
da postdatare.
Un agro spicchio alla volta
Inverno agita in volto
il vortice celeste
d’un’odissea funesta.

Da sotto strati di ombra eterna,
da fila terribili di alberi uniformi
hai preso sulle spalle e tratto in salvo
un preterito che adorante
si cibasse d’umido e briciole
sulle tue labbra.
Il cobalto si spezza,
marezza e spazza i sassi,
riporta con la brezza

il crespo breve d’un brivido umano
per baci d’altri rimandati in sogno
o agognati di una stagione che
non si rinnova. Torna la magrezza
di braccia troppo gracili per reggermi
e divincolarmi da assembramenti.
Sarà forse tradire amarsi ancora,
svegliarsi dal sonno che ci dimora.

Il taglio che tutto recide
spesso li sfiora e li rende felici.
Il vento li trascende per un poco,
toppe difformi nell’azzurro gioco.
Il più malfermo l’onda
lo sbanda, abbranca e abbrividisce.
Sparigliato egli affonda e mi somiglia,
fuoco che morde aria, svanisce,
affiora, si eccita di paglia.

 

VARIAZIONE LIGUSTICA

La storia replica, rinvanga, torna
a stretto giro. Il rivo che incantava
diviene delta e mare,
tenta una tana, si riavvolge ostile,
muro, roca tromba tra le gore.
Acqua che non monda reca altra bile.
Là sul fondo la luce
punta e sfila, maculata e fioca.
Fra alghe reclini e spine,
fa fuliggine e setaccia le dune
il muggine allamato con il grongo
in cupe spelonche di fango.
Più sopra scivola ramingo il grampo.
Pivieri in truppa,
la ripa li ripara dallo sparo
che stampa gli scogli e fumiga il coro.
Rompe l’azzurro una boa con la vela.