Manuela Magi

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AMNIOS, L’ ACQUA DELLA VITA

 

Pulsano di ritmo fecondo

mentre nel ventre,

mille onde si susseguono, si incrociano,

come fossero mani

ad imbastire vesti,

che ondeggiano di trame silenziose.

 

Danno l’amore

e lacustri stille,

rotolano sulle tempie

fin sulle labbra,

come  fonema ancora muto di parole.

 

Tac, tac, tac.

Lo spazio si dilata,l’eco urla,

sulle cascate pure della vita

ad inondare di linfa ogni suo anfratto

per respirare poi, aria di fondale-le sue gocce-

 

Acqua che lieve

percorre fasci di fragili singulti

in quella genesi di aurora trasparente,

mentre lo sguardo liquido

s’imprime al centro di un immenso lago,

profondo e ancora dolcemente addormentato.

 

I VIAGGI FRANTUMAVANO LE ZOLLE

 

 

 

Altre volte ho visto dune di nuvole rosse,

erano cieli desertati dai voli

quando di spirali ne vedevo il precipizio

dove non giungeva il pensiero e nemmeno l’occhio.

 

Dragando l’infinito ,avevo freddo,

con l’acqua intorno ai fianchi

e dentro al petto,

dove premeva un frammento di  respiro

col nuoto affaticato del ritorno.

 

Ero stanca sulle rive dei miei approdi

io sfinita addosso ai legni oramai incagliati,

dei distanti tragitti sopra il mare

e di onde che sferzavano la pace.

 

I viaggi frantumavano le zolle

fiumi pieni,laghi ghiacciati

e poi il  torrente esondato

sopra ai prati

che di fanghiglia sotterrava frutti e fiori.

 

Piansi più volte sul tramonto immaginato

caduto sopra oceani a me distanti,

mentre il rimpianto si faceva incolta isola

che imprigionava la mia stasi nel suo  silenzio.

 

 

– il rumore cadenzato della pioggia mi feriva ancora-

 

ONDA TU SULLA MIA TERRA EMERSA

 

 

Mi facevi amare l’onda,

tu il mio inverno di scogliera

e il vento sulle gote,

mille spilli conficcati

e le nuvole rapprese,

cappa grigia di Dicembre.

 

L’adoravo

anche quando la sua aurora,

era   fumo d’orizzonte

e la  bruma di costiera,

tela appesa ,vuota e tesa.

 

Il foulard di seta pura

diventava bianca vela

sopra l’onda ,la sua spuma,

poi la sabbia ormai rappresa,

la tua pagina d’estate

dove il tocco del grecale

era solito spazzare,

la paura e le parole.

 

Eri come una marea

dove mi annegavo piano

per gustare i flutti dentro

se il mio  corpo galleggiava

sopra i legni del tuo petto.

 

Io sentivo che cresceva

il voler salpare ancora

dove la mia terra emersa

approdava le tue sere

se annaspavi solitario,

dentro l’acqua della Luna.

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