Benito Galilea

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Benito Galilea

Biografia

Benito Galilea è nato in Calabria nel 44 ma è vissuto per oltre 45 anni tra New York e Roma dove attualmente risiede. E’ stato Membro della Federazione Mondiale della Stampa Italiana all’Estero nonché redattore della Parola del Popolo di Chicago, una delle più qualificate riviste politico-culturali italo-americane del secolo scorso( tra i collaboratori : Gaetano Salvemini, Antonio Borgese, Max Salvadori, Joseph Tusiani , Arturo Giovannitti, Mario Fratti, Alberto Moravia ecc.)

Incluso in antologie, studiato in alcune scuole, è vincitore di parecchi Premi letterari.

Ha pubblicato 18 libri di poesie:14 inlingua e4 indialetto.

Ha di recente dato alle stampe una raccolta di detti, aforismi, proverbi, filastrocche ecc. in dialetto, italiano ed inglese (352 pagine).

Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, russo, spagnolo e latino.

Tra gli altri si sono interessati alle sue opere :

Geno Pampaloni, Margherita Guidacci, Joseph Tusiani, Walter Mauro, Elena Clementelli, Francesco Petrocchi, Guglielmo Petroni, Edvige Pesce Gorini, Francesco d’Episcopo, Massimo Grillandi, Fortunato Seminara, Dino Carlesi, Giorgio Barberi Squarotti, Remo Pozzetti, Giuseppe d’Errico, Giuseppe Falcone, Aristide LaRocca, Wadimiro Zucchi, Alberto Bertoni, Giovanni Quirini, Luciano Luciani, Pasquale Martiniello, Dante Maffia, Vincenzo Guarracino, Davide Rondoni, Pasquale Maffeo; Dante Della Terza ecc.

 

Poesie

Avevamo un campo

Avevamo un campo d’acqua e luce,
la nostra casa a un pelo dalla spiaggia,
a destra una pianura di papaveri e ginestre,
alle spalle la discesa dei vigneti che dal lago
sfoggiavano sui viottoli rosse rose di velluto.
C’era stata lì pure mia madre
il giorno che la brocca più non scese
sapendo ch’era quasi inutile salire
mentre pane e cacio tramutavano gli odori
in lenta muffa sul telaio di una vespa.

Naufraghi di sole di fronte alle osterie
i vecchi non guardano più il lago da lontano
e sciolgono i sandali tra salici e piccole anatre
che li guardano come innamorate un po’ confuse.

Ma io cammino per quelle strade sole
in attesa di vedere di sera il mio paese,
steso su una cartolina inviatami per caso,
in grembo la valle come fosse un bimbo.
Striminzita si vede da lontano quella casa,
sbeccata in un angolo la brocca, a fianco
un solco profondo di fragole e di timo
che verdeggiando rifiutano il trasloco.

Già piove anche sul lago. Ed il cammino
a stento ricuce in cielo un’emozione,
grappolo di una vita mai dimenticata, danza
giocosa nel sogno di quel tempo.

Ora fermati e non guardarti attorno
quando vedrai salire un’ombra dal mio cuore,
pensami piuttosto a cent’anni su in collina,
attorno il lago le fresie e il rosmarino,
più in là la bici ai bordi della stalla
come un balocco che si rifiuta di perire.
E’ così bella la luna

E’ così bella la luna sopra il lago
quando riposa la sera e se ne va lontano
il mio pensiero.
Sull’acque, una memoria
e un tempo di voci all’imbrunire
tra i fuochi dei campi che circondano
le terre sotto le stelle, gli occhi
di mia madre vigili come una bambina,
la trebbia che cigolando arriva a Dio
nei momenti d’estasi dell’aia.
E d’orzo e grano
è fatto il mio cuscino, questo ritrovarsi
lungo la strada del vino, ora tra i boschetti
di betulle ora tra i punti inconoscibili del lago
da dove un giorno partirò felice
per entrare nei grandi gorghi del tuo mare.

Tra i rintocchi leggeri dell’estate,
torna a festa il mio cuore alle tue terre
dove sotto il pergolo si mesce e si canta
spargendo frammenti di cielo tra la gente.
E nell’olio verde dei carciofi appena
anneriti con fette di pane sui carboni.,
la città lontana respira nella sopravvivenza.

Quanta acqua posata tra i sospiri, quanta
dolcezza dove finisce l’altro tempo di noi!

Sul tardi una nuova luna all’improvviso
guida ancora passi verso l’acque.
Vibra la sera sugli aratri, un profumo d’erbe
stuzzica l’ultimo bicchiere sulla soglia dei fienili.

 
Un padre o forse il cuore

Padre di ciò che tenne in forse il cuore,
padre dei pochi suoni schiusi quando
lo sguardo era capriccio senza tempo,
ancora veglia quella sillaba a venire.

Da queste pianure le trottole dei laghi
scendono in silenzio come il tuo congedo,
il filo di rame delle canne sempre in apprensione,
il volo delle cince quasi a pelo d’acqua.

Anche quel giorno rimanesti a lungo
con le pupille fisse sul fogliame quando metà
settembre scoppiava nel rimbombo delle voci
che gridavano al rimbalzo delle trote sulla riva.

Notti di vino e canti alle chitarre sciolte
rendevano il lago bello più del mare
e tra le mura accese a piccoli fuochi suonava
un mulinare di spiedi con persici e con tinche.

Ora così non è, e di quei giorni altro
non resta che il cuore tagliato dal silenzio
mentre su capperi e querceti gli uccelli
tornano a salire tra i lasciti del tempo.

Forse è troppo levigare la speranza
di riaverti un giorno ai piedi di quest’acqua,
padre delle piccole cose e della luce,
ma tolta la giovinezza, si può anche vivere così
immaginando di chiacchierare insieme
su una panca come fossimo immortali.

Per distrarmi da questo chiodo fisso
mi allontano dal fango dei canali
e sprofondo nel sole dietro i tigli
per dissipare il dubbio che ci unisce.